Livia non si arrende

Livia 01 Scagliarini

San Lazzaro (Bologna)

Conoscendo la mia passione per la storia locale, e per le storie vere di vita vissuta, un’amica di San Lazzaro mi ha dato da leggere “Non mi arrendo” di Livia Scagliarini dicendomi che mi sarebbe piaciuto. Si tratta di un libretto di ottanta pagine nemmeno tanto recente, edito nel 2016 dalla Europa Edizioni, di un’autrice che non conoscevo pur frequentando San Lazzaro, dove vive, da oltre vent’anni. Con piacere posso dire che si legge d’un fiato e che per molti anziani sarà come rivedere un film già vissuto girato, in gran parte, in bianco e nero.

“Non mi arrendo” è la storia di una vita, quella di Livia, spesso ferita da circostanze dolorose che invece di abbatterla le hanno dato stimolo e forza di dedicarsi a chi era, e a chi è, più sfortunato di lei. Vincendo i timori iniziali ha scritto di sé per partecipare a un concorso del periodico “LiberEtà” del sindacato pensionati Spi-Cgil. Fu attratta dal tema del 2011 “Per una vita di lavoro e di impegno sociale” che sentì suo. Non fu tra i sei finalisti, i cui testi furono pubblicati, ma non si diede per vinta facendone stampare 700 copie da una tipografia, per metterlo in vendita con parte dell’incasso devoluto all’onlus Anffas Bologna (Associazione famiglie disabili intellettivi o relazionali. Un testo che è piaciuto con Livia che ha poi inviato quel libro fatto in casa alla Europa Edizioni che l’ha edito per farlo conoscere al pubblico.

Livia è nata nel 1947 in una casa colonica, in quel di Molinella, dove la famiglia viveva, scrive, «in uno stanzone con camera e cucina divise circa a metà da un lenzuolo “a mo” di tenda, naturalmente senza bagno». «E fu una conquista ottenere dal Comune una casa nel centro del paese». Finite le scuole medie il suo sogno era di studiare Ragioneria ma, purtroppo, a Molinella allora non c’erano le superiori e per andare a studiare a Bologna ci volevano molti soldi. La prima esperienza lavorativa, non retribuita, fu per otto mesi nella segreteria della scuola media, una sorta di formazione lavoro, che gli permise di imparare a scrivere a macchina e gestire un archivio e in seguito, iscrivendosi a dei corsi, di diplomarsi in stenografia e dattilografia che gli permisero di essere assunta come impiegata in un magazzino.

A 17 anni il fidanzamento con Paolo, che ne aveva 18, il matrimonio, la nascita di Andrea nel 1971, e nel 1974 di Fabio che si ammalò a poco più di un anno di età e rimase per sempre menomato. Poi l’entrata come dipendente nel mondo cooperativo, la morte di Andrea in un incidente stradale nel 1996, la pensione nel 2000; infine l’impegno a tempo pieno nel volontariato. Messo così è il sunto di una vita normale che nel libro è un invito a non arrendersi mai perché «nei momenti più difficili della vita una via d’uscita la si trova sempre ed è importante non rinunciare mai a essere se stessi».

Giancarlo Fabbri

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Giornalista freelance
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