Ciao Pirro indimenticabile professore di disegno

Cuniberti 01 Pirro

Bologna

Pier Achille Cuniberti, per tutti Pirro, anche per gli allievi, se n’è andato lo scorso 4 marzo a 93 anni di età e, conoscendolo, lo penso in volo su un aeroplano di carta; come forse aveva sempre sognato. Quella carta dove riportava, ogni giorno, i suoi sogni in punta di biro o di matita. Lo ricordo, affettuosamente, come davvero merita.
A partire dal 1953, finite le elementari, frequentai per circa un lustro l’allora Istituto Statale d’Arte di via Cartolerie, a Bologna, scuola con insegnanti un po’ fuori del normale e già artisti affermati. Tra tutti loro mi rimasero soprattutto impressi lo scultore Quinto Ghermandi (1916-1994) e, appunto, Pirro Cuniberti alto, magro, occhialuto e simpaticissimo. Artista, che mi fu insegnante di disegno dal vero, che a volte anche in orario di lezione dava dimostrazione pratica della sua abilità nel costruire aerei di carta. Tagliava, sagomava, piegava, univa, poi lanciava i suoi alianti di carta all’interno della grande aula al primo piano della scuola. Alcuni di questi veleggiatori fendevano veloci l’aria polverosa, che mulinava all’interno dei raggi di sole che entravano dai grandi finestroni, altri ancora disegnavano lentamente larghe spirali prima di cadere sui calchi in gesso di antiche sculture, sulle panche usate a mo’ di cavallo o sui pannelli di legno appoggiati alle pareti. Si divertiva così, come un ragazzo, fra i suoi allievi spiegando le leggi dell’aerodinamica, o parlando di fatti di cronaca, di avvenimenti artistici e culturali. Un giorno la conversazione toccò anche il tema della guerra e diede all’insegnante il pretesto per raccontare una storiella autobiografica.
«Ero in Unione Sovietica con il corpo di spedizione dell’Armir. Durante la ritirata, nel rigido inverno russo, ci fermammo in un villaggio abbandonato. Cercammo rifugio per la notte in un’isba e ci preparammo la cena con quel poco che avevamo a disposizione. Mentre stavo mangiando una zuppa brodosa, tuffando il cucchiaio nella gavetta di alluminio, vidi nell’incerta luce del fuoco, vicino ai miei piedi, un topo morto. Il roditore, conservato dalla rigidità del clima, mi fece venire una sadica, irresistibile, tentazione. Mentre finivo rapidamente di mangiare, con un piede mi tirai vicino il piccolo animale. Poi, tenendolo per la coda, lo introdussi nel mio recipiente e, solo allora, chiamai i miei compagni d’arme che stavano mangiando: “Ehi ragazzi! Guardate cosa c’era nella zuppa!” ed estrassi il topo. Come azionati da tante molle i miei commilitoni interruppero il pasto gettando via il resto del cibo. Altri corsero fuori dalla capanna, nella gelida notte russa, scossi da conati di vomito». Così raccontava Pirro, indimenticabile insegnante di disegno dal vero, che al ricordo della scena ne rideva ancora, come un ragazzo, assieme ai suoi allievi.
Giancarlo Fabbri

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Giornalista freelance
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