In mostra a Bologna Luciano Nenzioni l’«artista del silenzio»

Collage 01 Nenzioni

Bologna

Dal 27 febbraio al 12 marzo 2016 la galleria d’arte Fondantico, in via de’ Pepoli 6 a Bologna, ospita una mostra retroprospettiva dell’artista bolognese Luciano Nenzioni in occasione del centenario della nascita. Inaugurazione dell’esposizione di opere pittoriche e scultoree, curata da Gian Ruggero Manzoni, alle 17.30 del 27 febbraio con successivi orari di visita, tutti i giorni, dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19.
Luciano Nenzioni, nato a Bologna nel 1916 e deceduto a Imola nel 2007, ora riposa nel camposanto di Linaro nella valle del Santerno. Prima di ammalarsi abitava a Falgheto di Montecalvo, in Comune di Pianoro, dove aveva il suo studio di artista: pittore d’estate, scultore d’inverno. Lo conobbi anni fa incuriosito da un suo lavoro che ancora oggi fa bella mostra di sé nella farmacia del dottor Mauro Nizzi, a Rastignano. Un Cristo in croce, nell’umano tormento della tortura, del dolore fisico e della morte. Volli conoscerlo e in lui trovai un uomo, un artista, un amico che cercava la poesia nell’arte visiva.
Bolognese purosangue, di carattere schivo e riservato, docente allo Scarabelli di Imola fu chiamato alle armi, come ufficiale di cavalleria, in un conflitto che per lui si conclude con due anni di prigionia, in Olanda, in un lager tedesco. Liberato dagli americani andò ad abitare a San Lazzaro poi, nel 1968, a Montecalvo dove Nenzioni fu sempre impegnato alla costante ricerca estetica, alla stilizzazione della natura, sino ad arrivare al suo estremo simbolismo. La sua prima personale si tenne nel 1956, a Bologna, ma è dal 1970 che si diede all’arte con impegno, lavorando anche 10 o 12 ore al giorno sfornando figure di guerrieri, giullari, dame, cavalieri, cavalli e altri eleganti animali.
A questo filone Nenzioni accostò quello religioso con cristi dolenti, vie crucis, madonne e presepi. Un’attività che svolgeva per la propria soddisfazione personale più che per il mercato. Sebbene abbia esposto in varie città italiane, e che le sue opere si trovino in molte collezioni private, in enti pubblici e religiosi, non ha cercato il grande pubblico ma i pochi sinceri cultori dell’arte. A volte il suo guadagno era quello di aver trovato un amico a cui, spesso, cedeva una delle sue opere con una stretta di mano e un sorriso. Altrettanto spesso anche il ricavato delle opere vendute veniva poi devoluto per opere di beneficenza.
Una generosità, di cui alcuni hanno poi abusato, che lo portò ad insegnare con spirito di volontariato ai ragazzi delle parrocchie le tecniche per realizzare oggetti originali con materiali poveri. Anche i suoi dipinti, e le sue sculture, venivano creati utilizzando materiali per l’edilizia, trattati con collanti e resine, con originalità e freschezza.
Doti che non nascondevano la costante ricerca, post-informale, di un lirismo estetico. Un’ansia di perfezione, di trasmettere emozioni e sensazioni, che veniva da una persona dolcissima e schiva che diceva: «Mi piace pensare ai miei lavori come nati nel silenzio e limati, con calibrati giochi di luci e di ombre, alla ricerca dell’essenzialità e della spiritualità. Quasi come fossero poesie a due o tre dimensioni». Una spiritualità che evidenziava come per Nenzioni il tema religioso, quasi mistico, fosse rilevante. Lo testimoniano i suoi cippi di Monte Sole, i crocefissi contorti dalla passione e dal dolore, i suoi piccoli presepi e i battisteri di alcune chiese. Nel 1991 scrissi su di lui un articolo per la rivista pianorese “Il Punto” e già allora mi venne istintivo il titolo: “L’artista del silenzio”. Poi se n’è anche andato in silenzio, quasi come avesse timore di disturbare gli altri; ma non è stato dimenticato.

Giancarlo Fabbri

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Giornalista freelance
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