Mancarono le munizioni, non il coraggio

 

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Budrio e Castenaso (Bologna)

Domenica scorsa, primo settembre 2013, Gianni Leoni (una delle più belle penne del giornalismo bolognese e non soltanto) ha pubblicato su “il Resto del Carlino” un bel articolo annunciando la scomparsa di Ivano Garetti l’ultimo combattente della battaglia partigiana di Fiesso e Vigorso. Uno scontro a fuoco durissimo, che purtroppo coinvolse anche alcuni civili, tra un gruppo di partigiani rimasti accerchiati in un casolare, si disse per una spiata, fascisti della brigata nera “Facchini” e militari germanici della 305 esima divisione della Wehrmacht.
Come ha magistralmente raccontato Gianni Leoni il Garetti fu uno dei pochi che si salvarono dall’accerchiamento mortale dove, alla fine, ai partigiani, poco più che ragazzi, mancarono le munizioni ma non il coraggio. Ivano Garetti, ferito a un braccio, riuscì a uscire dal casolare intanandosi prima in un fienile poi nell’alveo dell’Idice. Raggiunta la chiesa di Fiesso per due giorni rimase nascosto nell’organo. Nei giorni scorsi una malattia lo ha infine consegnato, dopo 69 anni, a 88 anni di età, ai compagni di allora. Era infatti passato tanto tempo da quello scontro a fuoco ma gli era rimasto talmente impresso, nella mente e nel fisico, tanto che il suo desiderio, come riferiva la moglie, era che le sue ceneri fossero sparse su quel campo di battaglia.
Per Budrio e Castenaso l’anniversario della battaglia, anche a 69 anni di distanza, riveste importanza come pagina eroica e tragica della lotta partigiana. Secondo le cronache del tempo e le testimonianze dirette – raccolte poi da Roberta Mira e Simona Salustri nel libro “21 ottobre 1944 – 21 ottobre 2004 Vigorso e Fiesso: la storia e la memoria” – i tedeschi furono informati che tra Fiesso di Castenaso e Vigorso di Budrio era in corso un concentramento di gruppi partigiani.
All’alba del 21 ottobre 1944 i reparti germanici e i repubblichini accerchiarono la casa delle sorelle Maccagnani dove, il giorno prima, avevano trovato ospitalità una trentina di partigiani. L’attacco tedesco fu preceduto dal massacro di sette coloni, quasi tutte donne, e terminò dopo ore di combattimento con una disperata sortita verso il fiume e i campi dei partigiani ormai rimasti senza munizioni. Pochi riuscirono a salvarsi: 17 i giovani caduti sul campo e 5 i feriti, alcuni dei catturati furono poi fucilati il giorno dopo, a Medicina, e gli altri deportati.

Giancarlo Fabbri

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Giornalista freelance
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