E poi dicono che sono degli animali

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Rastignano di Pianoro (Bologna)

Dire a degli “umani” che sono delle “bestie”, o degli “animali”, non è certo definito un complimento; ma a vedere certe situazioni viene il dubbio che sia proprio il contrario, ossia fargli un apprezzamento.
L’altra sera, 21 marzo, il sole stava già tramontando dietro il colle di Castel d’Arienti mentre, di ritorno da una passeggiata passavo con mia moglie Bruna sul Ponte delle Oche a Rastignano. Vidi sul sassoso greto del Savena, nella riva destra dell’alveo, un gruppo di germani reali: quattro maschi e due femmine. D’istinto mi venne da dire: «Guarda come sono belli!» ma poi, sentendo la mia voce le anatre s’involarono verso valle; eccetto uno dei maschi.
Ci fermammo a guardarlo con Bruna che mi disse: «Ma ce n’è anche una morta!». Ci fermammo e guardai meglio. Infatti, fra i sassi, ce n’era una, femmina, rovesciata sul dorso, letteralmente cappottata, col capo che sembrava incastrato tra i sassi. Scattai alcune foto poi Bruna disse che gli sembrava muovesse le zampe palmate. Scesi sul letto del torrente, tra le acque limacciose e la vegetazione della sponda, incurante del limo lasciato dalla recente piena ma, giunto accanto alla femmina di germano, notai che non era incastrata e toccandola, che era fredda morta da tempo. I sei germani l’avevano vegliata per ore.
Al mio arrivo il maschio rimasto si era allontanato lentamente. Sceso in acqua, poi risalito, mantenendosi a non più di due metri di distanza osservava i miei movimenti. Turbato non sapevo come comportarmi, se lasciare la femmina sui sassi o se farla trascinare via dalla corrente impetuosa; ma mi sarebbe sembrato un vilipendio come gettare un rifiuto. Risalito sul ponte vidi che il maschio era ritornato accanto alla papera morta; e mi allontanai mentre il cielo si scuriva per la notte.
Il giorno dopo, di primo mattino, andai a vedere e il germano maschio era ancora lì, accanto a quello morto. Così pure, accovacciato, attorno al mezzodì. Mi venne da pensare che forse non si era mai allontanato, nemmeno per cibarsi, come per difendere la femmina o attendere un suo impossibile risveglio. Sinceramente non sono tornato a vederli, forse per pudore, o per tema di assistere alla morte dell’altro germano. Sono però rimasto stupito davanti a tale grande segno di affetto, o di amore. E poi le chiamiamo bestie; ma gli animali… siamo noi.

Giancarlo Fabbri

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Giornalista freelance
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